
Mi sono sempre piaciute le sfide impossibili, nello sport come nel cinema, prima che la tecnica, gli interessi economici superiori e lo spirito del tempo rendessero pressoché impossibile la vittoria di un Verona o perfino, oggi, di una Roma.
Prima che Glenn Ford, Paul Newman, Steve Mc Queen e Robert Redford scolorissero nel cinema per preadolescenti e per sciampiste di oggi.
Nonostante i sinistri scricchiolii e le sette sbandate il dl collegato alla finanziaria è passato senza ricorrere alla fiducia.
Chissà.
L’Italia, ai Mondiali dell’82, partiva battuta già nelle giornate di ritiro che precedevano l’inizio delle partite e il girone eliminatorio aveva solo confermato ed esaltato le critiche feroci, spesso ridicolmente interessate e tra loro contraddittorie, degli arguti editorialisti.
Lo spogliatoio pareva diviso, tanto che a un certo punto Bearzot (decisamente comunista secondo gli arguti editorialisti) impose il silenzio stampa e, si dice, fece appello ai senatori (non quelli a vita).
In questa situazione, superata a stento la prima fase (con qualche aiutino dal Camerun ?) ci toccò incontrare Argentina e Brasile. Tutti si misero a ridere per l’evidente improponibilità di quella sfida. Tutti si misero a ridere perchè quella non era la loro squadra, la nazionale del loro paese, perchè loro l’avevano detto.
Tutti si misero a ridere perchè è più facile vincere che perdere, soprattutto quando non si sono mai giocate partite sul campo, ma solo viste in televisione. Poi finì con i bagni nelle fontane e con le fastidiose agiografie successive.
Chissà.
Forse a questo Governo servirebbero solo un Brasile e un’Argentina da affrontare.
Forse questo paese dovrebbe trovare un senso, un obiettivo, un seppur minimo fattore di coesione che metta fine a questo vacuo vagare e cianciare del nulla.