Il cimitero dei sogni

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(un’immagine del cimitero di Levashovo
Alcuni venivano eliminati direttamente sui camion che la polizia politica bolscevica, la NKVD, usava per trasportarli sul luogo dell’esecuzione. Gli altri li finivano con un colpo alla nuca. E poi giù, nella gigantesca fossa comune in uno dei luoghi dell’orrore staliniano. Nel bosco di Levashovo, tra pini e betulle che ormai sono stati inglobati dalla San Pietroburgo in continua crescita, lapidi e targhe ricordano le migliaia di vittime innocenti caduti nelle varie campagne di omicidi organizzate dal regime. Tra loro anche parecchi italiani, rifugiati nel paradiso dei lavoratori e finiti nella gigantesca macchina repressiva.)

Non voglio certamente mancare di rispetto ai morti italiani nei lager stalinisti, cui Fassino ha tributato l’onore dovuto nei giorni scorsi, parlando anche dei colpevoli silenzi di  Togliatti.

C’è qualcosa però, nella differente drammaticità degli eventi, che accomuna quelle vicende, quei comportamenti, allo spirito della gran parte della politica dei giorni nostri: parlo della riforma pensionistica, della vicenda Visco-Speciale, degli atteggiamenti spesso rivoltanti dell’opposizione, fino a tutte le varie vicende legate alle intercettazioni.

Allora, italiani che credevano nell’utopia di un nuovo mondo, fuggirono dal fascismo e cercarono di contribuire alla costruzione del sogno sovietico; poi, qualcuno decise che dovevano essere trovati in breve tempo 4000 traditori, infiltrati, borghesi. Per dare un segnale all’interno e all’esterno dell’Unione Sovietica. Per giustificare la paranoia del potere e dei suoi impiegati.

Così, molti di quegli italiani finirono internati nei GULag, molti furono fucilati. Qualcuno molto in alto nella gerarchia comunista dell’epoca, come Togliatti (e a differenza di Gramsci), sapeva e non intervenne. Per molti anni i dirigenti del Pci negarono di essere a conoscenza di quei fatti. A 70 anni di distanza qualcuno sostiene che quella scelta era obbligata, non solo per salvaguardare l’incolumità personale del Migliore, ma la  stessa sopravvivenza del Pci. Il partito prima di tutto.

Oggi ci confrontiamo con una forma mentis del politico simile a quella di allora, in un contesto storico, per fortuna, radicalmente diverso: quello che conta è l’interesse della mia parte, che si tratti di partito, corrente, conventicola, corporazione, lobby poco importa. Che per difendere gli interessi, o i privilegi, della mia parte io menta  spudoratamente, additi nemici, calpesti ogni principio e ogni valore poco importa. Così come poco importa che per difendere l’interesse, o il privilegio, o l’illegalità della mia parte io danneggi l’intera collettività, di oggi e di domani.

Fassino a Levashovo ha detto che “settant´anni di comunismo hanno dimostrato che non ci può essere uguaglianza e giustizia se non nella libertà”.

Io vorrei aggiungere che non possono esistere uguaglianza, giustizia, libertà e verità (quella parziale e soggettiva data a noi umani) senza il coraggio di difendere e diffondere quei principi sempre e comunque, prima e al di sopra di ogni parte e partito.

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